16/12/2025 – GENOVA - IL SECOLO XIX
Nuovo rettore, Piana si candida «Più peso politico all’Università»
Il matematico corre in ticket con Calderini: «Meno tasse e più servizi agli studenti»
La prima notizia sta nell’ufficializzazione non solo della candidatura a rettore, ma anche della sua vicaria: non era successo prima, per l’Università di Genova. Michele Piana, 59 anni, professore di Analisi numerica al dipartimento di Matematica (Dima), già prorettore alla Ricerca e al Trasferimento tecnologico (dieci anni fa, 2015-2018), direttore tecnico del progetto di medicina digitale del ministero della Salute (e, curiosità dal suo curriculum di nove pagine: ha anche il diploma cum laude, in pianoforte al Condervatorio), è il a scendere ufficialmente in campo per diventare il nuovo numero uno dell’Ateneo dopo l’attuale Federico Delfino (che, salvo proroghe, concluderà il mandato nel 2026).
Con Piana viene reso noto anche chi, in caso di vittoria, sarà la sua vicaria: è Chiara Calderini, 50 anni, professoressa di Tecnica delle costruzioni al dipartimento di Ingegneria civile, chimica e ambientale (Dicca). Attualmente Calderini è associata, dal prossimo 2026 sarà ordinaria.
«Siamo convinti che l’Università abbia un ruolo sociale enorme – spiegano insieme – e crediamo non nell’esaltazione dell’eccellenza ma nella forza di migliorare tutti, tutti assieme».
«Stiamo vivendo un momento di transizione quasi drammatica a livello europeo e proprio in periodi storici come questi le università, specie gli Atenei pubblici, possono svolgere un ruolo determinante: essere infrastrutture di tipo culturale e civile, diventare un punto di riferimento per comprendere questi cambiamenti epocali e provare, magari, a indirizzarli verso qualcosa di buono».
«Perché vorremmo avere il tempo necessario per raccontare il nostro progetto alla comunità accademica, alla città, alla regione visto che la nostra Università ha sedi in tutte le province».
Il ticket candidato rettore - candidata vicaria è inedico, per Genova. Così come l'abbinata uomo-donna.
«Non lo è per altre città universitarie, ma per la nostra sì. Fin dall’inizio io e Chiara abbiamo immaginato questo progetto assieme, con una squadra che già numerosa. Non solo è giusto ma sarebbe anche irrealistico pensare, in caso di vittoria, la gestione di un Ateneo come uno solo al comando. Non vogliamo sentire divisioni sui generi: contano le competenze».
«Dal liberare le energie che ci sono all’interno dell’Ateneo: negli ultimi tempi percepiamo una frattura fra le funzioni di ricerca, didattica, trasferimento della conoscenza e i processi amministrativi. Questa divisione va ricomposta, anche velocemente: pensiamo al coinvolgimento, in tutti i progetti, fin dall’inizio, della parte tecnico-amministrativa. E a un prorettore specifico per semplificare tutto il semplificabile. C’è anche un tema non secondario di gestione dei dati. E serve un welfare di Ateneo maggiormente condiviso».
Questo, internamente. Ma che tipo di Università immaginate per gli studenti?
«Prima di tutto, in presenza: si cresce nel dialogo fra studenti e professori, nei pomeriggi di approfondimento in laboratorio guardandosi occhi negli occhi e parlandosi. Crediamo in un’Università in grado di trarre linfa dalla ricerca, di ancorare Genova e la Liguria alla rete di ecosistemi italiani, europei, del Mediterraneo dove i giovani vogliono non solo studiare ma anche portare avanti il proprio progetto di vita. Un’Università che, in tutte le sue sedi, vuole migliorare nei servizi, nelle infrastrutture, negli spazi per gli studenti».
«Sì, con potenzialità straordinarie ed eccellenze come, per la Blue economy, il Centro del Mare dove curriculum disciplinari molto diversi lavorano assieme in modo proficuo».
«In Liguria non si può costruire altro. Crediamo invece in un accordo con proprietari, Comuni, Regione per gli studenti diffusi: perché non affittare le case agli universitari da settembre a giugno lasciando gli appartamenti, nei mesi restanti, per i turisti? Gli universitari sono ottimi affittuari, hanno alle spalle famiglie che fanno sacrifici. Ogni tassello deve essere pensato per fare di Genova non una città con l'Università, ma una città universitaria. E lo stesso discorso vale per gli altri poli. Gli studenti possono essere solo in spazi già esistenti da recuperare con i Comuni, la Regione ed eventuali partner privati».
Genova e la Liguria fanno i conti con l’inverno demografico. Come farà l’Università per mantenere gli attuali numeri che veleggiano, negli anni, fra i 33 e i 35 mila iscritti?
«Nei prossimi anni avremo una diminuzione del 35% dei diciannovenni. Non crediamo che la strada dell’internazionalizzazione sia il percorso principale: puntiamo di più in un progetto anche con le scuole superiori soprattutto per far capire che l’Università non è un punto di passaggio di questi ragazzi ma la pietra dove costruire le fondamenta della propria vita, rimanendo a Genova e in Liguria. Pensiamo a più collaborazioni con le realtà di ricerca ma anche con l’industria, per far decollare gli spin-off».
«Meno facciamo pagare le tasse, meglio è ma, al contempo, è necessario migliorare i servizi. Altrove molte realtà stanno correndo, Genova e la Liguria devono mettersi al passo».
C’è la concorrenza delle università telematiche. E l’annuncio che, dal 2026/2027, a Genova aprirà il primo Ateneo privato.
«In cinque anni, in Italia, il numero degli iscritti alle università telematiche è decuplicato, coinvolgendo tanti giovani. Noi crediamo nell’Università in presenza, fondamentale anche per fare ricerca».
L’occupazione degli studenti pro pal l0avreste gestita diversamente?
«Non vogliamo esprimerci, non sappiamo cosa sia accaduto davvero. È stata comunque una brutta pagina».
Secondo il principio dell’alternanza il prossimo rettore toccherebbe a Medicina, dopo un Ingegnere.
«Io sono laureato in Fisica, insegno Analisi numerica, ho un laboratorio all’interno dell’ospedale San Martino. Difficile, insomma, etichettarmi. E comunque se andiamo a vedere scoprirebbe alla Scuola di Scienze, l’ultimo è stato Enrico Beltrametti, grande professore di Fisica nucleare e compianto rettore per prendere davvero esempio».
di Silvia Pedemonte
09/10/2025 – GENOVA - LA REPUBBLICA
In Ateneo un centro di confronto sinergico al di fuori dai partiti
L’occupazione del Rettorato dell’Università di Genova ha avuto il risultato, se non di rispondere a una domanda di senso in tempi oggettivamente insensati, almeno di porre questa domanda in modo forte e chiaro, anzitutto alla nostra comunità e, in fondo, a tutti i cittadini. Tuttavia, credo che la modalità con cui la rivendicazione studentesca è stata posta, ma anche la reazione, invero assai timida, del governo della nostra Università rivelino per molti aspetti una intrinseca difficoltà a disegnare il modo in cui la principale istituzione culturale della nostra Regione decide di stare nella contemporaneità.
Rimane la questione di merito, che riguarda cosa fare per risalire dal baratro, fatto di massacri incomprensibili, in cui il mondo è precipitato. Su questo non ho una ricetta e, d’altra parte, come potrei averla, visto che si tratta di una questione irrisolta da ottant’anni e che affonda le proprie radici in scenari geopolitici ottocenteschi. Quello che credo è che l’Università sbaglia quando si comporta da partito politico e che la drammaticità degli avvenimenti che stiamo vivendo ha molto a che fare, anche, con le impressionanti insufficienze culturali, psicologiche, persino antropologiche dei tempi che ci sono dati da vivere.
Lasciando allora per un attimo alle corti internazionali le qualificazioni giuridiche di quanto sta accadendo e l’attribuzione delle relative responsabilità individuali e collettive, ho una proposta da fare, che si richiama alla più intima vocazione dell’Università e al passo lento del riformismo. Nel 1819 Johann Wolfgang von Goethe diede alle stampe una delle sue ultime opere, ispirata dal poeta persiano Hafez, cui diede il titolo di “Divano Occidentale-Orientale”.
La parola “divano” è l’adattamento occidentale della parola araba diwan che in origine indicava l’ufficio del registro per gli stipendi dell’esercito e delle pensioni, ufficio arredato unicamente da un lungo sofà imbottito. A questa parola e a questa raccolta di poesie si sono poi ispirati Edward Said e Daniel Barenboim quando hanno fondato la “West-Eastern Divan Orchestra”, ancora oggi l’unica istituzione al mondo capace di offrire un’occasione di collaborazione artistica a giovani israeliani e palestinesi.
Alla parola “divano”, al “Divano Occidentale-Orientale” di Goethe e alla “West-Eastern Divan Orchestra” di Barenboim e Said, propongo di ispirarci, a nostra volta, nella creazione di un Centro Interdipartimentale dell’Università di Genova dedicato a generare un tentativo di convivenza, in Europa e nel Mediterraneo, basato su presupposti altri rispetto a violenza e prevaricazione.
Si tratta di affidare a questo Centro il compito, come ha scritto Albert Camus, di “creare fuori dai partiti e dai governi, una comunità di pensiero che inauguri un dialogo scavalcando le frontiere”. Un Centro che, accogliendo accademici di diverse culture e studenti e ricercatori di Università partner, si proponga come punto di riferimento per seminari, corsi brevi, confronto sinergico di competenze complementari, attività di progettazione sui temi della cooperazione internazionale.
Fino all’obiettivo più ambizioso: quello di formulare proposte formative interdisciplinari, trasversali ai vari corsi di studio, capaci di insegnare ai nostri studenti e a chi voglia ascoltarci, un modo diverso di stare al mondo, basato sul valore supremo della pace, sul rispetto del diritto e dei diritti, su una profonda e laica conoscenza del contesto in cui siamo chiamati a convivere, e sul rifiuto, una volta per tutte, dell’ignoranza e della rinuncia.
Michele Piana
10/09/2025 - GENOVA - IL SECOLO XIX
Gentile Direttore,
scrivo a proposito dell'intervista intitolata "Da Albaro a Londra e Milano inseguendo il mio sogno. Genova? Manca vita notturna", apparsa sull'edizione del 6 settembre del Suo giornale.
Credo che le parole di Beatrice Malan possano indurre a riflessioni di vario tipo, comprese alcune di carattere sociologico. Ma mi limito a due aspetti, uno tecnico e uno culturale. Sul piano tecnico, l'affermazione che l'Università di Genova «non è internazionalmente riconosciuta» è, semplicemente, falsa. Per quanto riguarda l'offerta formativa, il nostro Ateneo eroga almeno 10 corsi di studio intrinsecamente concepiti per essere internazionali e frequentati da studenti provenienti da tutti i continenti (poco più di un mese fa il Suo giornale ha giustamente raccontato il rinnovamento del corso di Laurea in Giurisprudenza, rinnovamento concepito proprio in senso transnazionale). Inoltre, più di 10 sono gli accordi di doppio titolo con atenei europei e internazionali. Per quanto riguarda la ricerca, poi e sempre per esemplificare, i nostri Dipartimenti sono attualmente coinvolti in circa 70 progetti del programma quadro Horizon Europe, tra cui sette grant dell'European Research Council e tre grant dell'European Innovation Council; infine, il nostro programma di dottorato attrae sistematicamente centinaia di giovani ricercatori di tutti i Paesi del mondo (solo per il mio gruppo, ed è davvero una goccia nel mare dei nostri gruppi di ricerca, negli ultimi anni sono transitati giovani finlandesi, pakistani, indiani, cinesi, francesi e iraniani). Sul piano culturale, ricordo che quella di Genova è, a differenza della Bocconi, un'Università statale generalista che, oltre a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile nella formazione e nella ricerca, svolge un altrettanto imprescindibile ruolo sociale. Il nostro Ateneo rappresenta, per vocazione, una risorsa spesso decisiva per quelle giovani e quei giovani che, indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia di provenienza, vedono nel percorso universitario un progetto di vita inclusivo e accessibile anche per chi non è in grado di pagare rette e affitti esorbitanti. Infine, e forse soprattutto, credo sia giunto il momento di spiegare alle giovani e ai giovani, genovesi e non, che l'Università è anzitutto, più di tutto, un luogo del pensiero in cui si prova a formare cittadini colti e consapevoli, capaci di stare nel mondo e comprenderne tutte le dinamiche sociali, incluse quelle proprie delle classi meno privilegiate.
Michele Piana