23/04/2026 – GENOVA - LA REPUBBLICA
Con me un prorettore agli erzelli
Da città con un’università a città universitaria. Sembra quasi una sovrapposizione ma dentro c’è il senso del programma di Michele Piana, candidato alla carica di rettore dell’Università di Genova. Ordinario di Analisi Numerica, Piana spiega come intende cambiare l’ateneo, non solo nella governance, introducendo nuove figure di prorettori fra cui quella agli Erzelli, ma nel suo approccio al territorio, con un rinnovamento profondo di didattica, ricerca e terzo settore.
Professor Piana, perché ha deciso di candidarsi?
«Perché ho 60 anni, età in cui uno si interroga anche su quello che può fare per una comunità da cui ha avuto molto».
Sul fronte della ricerca?
«Io non sono solo un ricercatore. Sono tornato a Genova da 15 anni, dopo aver girato un po’ di posti. Sono stato prorettore alle Relazioni Internazionali e alla Ricerca e Trasferimento Tecnologico e questo mi ha dato la possibilità di conoscere bene il mio ateneo. Insegno in quattro scuole su cinque, ho un’attività di ricerca molto interdisciplinare. Conosco bene l’ateneo e credo di poter dire qualcosa su come migliorarne i destini».
Quando si parla del candidato Piana si sottolinea il suo ruolo di ricercatore, di scienziato. Come a dire, l’università avrebbe bisogno di una figura diversa…
«Parla di un rettore manager? Bene, allora rispondo che io non sono un manager e lo rivendico con orgoglio. Non lo sono e non lo voglio diventare, ma soprattutto sono convinto che in questo momento storico l’Università di Genova non abbia bisogno di un rettore manager».
E di che rettore ha bisogno?
«Un rettore professore universitario che nella vita ha dimostrato di saper fare bene alcune cose anche a livello gestionale e che mette al servizio della comunità le proprie competenze e conoscenze».
Ha avuto l’impressione che l’ateneo si sia invece un po’ orientato verso la managerialità in questi ultimi anni?
«Sì, non sono contentissimo di come sono andati gli ultimi anni e questa è una delle ragioni che mi ha portato a mettermi in gioco. Le dirò un’affermazione che potrà far inorridire qualcuno: penso che ci voglia un rettore intellettuale. E siccome penso che l’ultimo grande intellettuale rettore sia stato un fisico, Enrico Beltrametti, sono convinto che se riuscissi a essere un rettore appena paragonabile a lui sarei già molto felice».
Parliamo del programma: che cosa mette al primo punto?
«La mia idea di fondo è che ci sia una differenza sostanziale tra città con università e città universitaria».
E come ci si riesce?
«Con due premesse. La prima è un patto con le istituzioni: da soli non ci si riesce. La storia delle città universitarie europee ci dice che ci vuole una compenetrazione di intenti tra università, istituzioni politiche e territorio. La seconda è che abbiamo bisogno di un prorettore o una prorettrice a Genova città universitaria e alla Liguria regione universitaria».
Fatte queste premesse come si deve procedere?
«Abbiamo bisogno di migliorare la nostra edilizia. E questa non si migliora senza un patto pubblico-privato, perché non abbiamo i fondi. Abbiamo anche bisogno di migliorare la nostra ricettività, che non è solo più posti letto, ma impostare un’accoglienza diversa, parlare alle studentesse e agli studenti come cittadini, metterli al centro».
In che modo?
«Aumentando i servizi e gli spazi, anche qui attraverso patti sistematici con le istituzioni. Dobbiamo provare a costruire questo passaggio, che è anche politico».
Crede che a volte non si capisca?
«A volte abbiamo la sensazione che non siamo stati sufficientemente convincenti da questo punto di vista».
In quali vicende?
«La storia di Erzelli, ad esempio. Oppure questa modifica del sistema sanitario regionale in cui siamo veramente marginali».
Il secondo punto?
«Riguarda la didattica. Stiamo vivendo un momento difficile, vale per tutte le università, un po’ per la mancanza di studenti, un po’ per l’attacco delle telematiche».
Conviene inseguire le telematiche?
«No, l’Università di Genova deve essere un’università in presenza. Noi non vogliamo competere con le telematiche sul loro terreno. Dobbiamo ribadire il vantaggio, persino antropologico, della didattica in presenza».
Sulla ricerca l’ateneo può crescere?
«Deve crescere. Uno dei modi per attrarre risorse finanziarie e di organico è vincere le gare rappresentate dai cosiddetti Dipartimenti di Eccellenza. In questo momento Genova ha un dipartimento di eccellenza, il mio peraltro, mentre a Pavia, che ha le nostre dimensioni, ce ne sono sei. Dobbiamo fare meglio».
Perché Genova non ci è riuscita?
«Ci sono aspetti organizzativi, strutturali, manca un po’ di convinzione. Dobbiamo anche aprire un po’ di più le porte e le finestre dei nostri studi, delle nostre aule, dei nostri laboratori. Far uscire quello che abbiamo da dire e far entrare quello che succede a livello di territorio».
E come sarà la squadra di governance?
«Molto più snella di quella attuale: non supereremo le 20 persone, 15-16 prorettori più i tre delegati ai poli decentrati. Contravvenendo a tutte le buone pratiche della politica, inoltre, ho deciso di dire prima chi, se eletto, sarà la mia prorettrice vicaria, Chiara Calderini, e chi il mio prorettore agli Affari Legali, Lorenzo Schiano di Pepe».
Perché lo ha fatto?
«Molto semplice: penso che queste due figure, in particolare quella del prorettore vicario, siano così importanti che vadano tolte, per trasparenza, dai mercanteggiamenti della campagna elettorale».
Se eletto sarà il primo rettore che andrà a inaugurare Erzelli. Il tema è nel suo programma?
«A tal punto che siamo gli unici ad aver previsto una prorettrice o un prorettore con delega a Erzelli: una persona che la mattina si alza e ci pensa finché non va a dormire la sera. Significa parlare di funzionalizzazione degli spazi, edilizia, trasporti, di quel pezzo di città che va riprogettato perché lì succederanno tante cose».
di Massimo Minella
25/03/2026 – GENOVA - IL SECOLO XIX
Il docente di Analisi numerica ufficializza sul web le sue proposte
Lezioni in presenza, semplificazione della burocrazia, maggiore slancio alla ricerca: sono queste alcune delle pennellate del programma del candidato rettore Michele Piana.
Piana, professore di Analisi numerica al Dipartimento di matematica, si propone per la guida dell’Ateneo di Genova e della Liguria in tandem con la candidata prorettrice Chiara Calderini, professoressa di Tecnica delle costruzioni al Dipartimento di ingegneria civile, chimica e ambientale. Il binomio Piana–Calderini è stato il primo a scendere in campo, pubblicamente, per il percorso che porterà alla scelta del nuovo rettore o rettrice — dopo l’attuale mandato guidato da Federico Delfino (che scade a ottobre 2026). Ogni ipotesi di proroga appare ormai definitivamente archiviata. Una competizione che dovrebbe essere a tre: in corsa per il dopo Delfino sono indicati anche il neurologo e direttore scientifico del San Martino Antonio Uccelli ed Emanuela Sasso, professoressa di Analisi matematica e prorettrice alla Programmazione.
I tempi iniziano a essere maggiormente serrati: il 2 aprile all’Albergo dei Poveri si terrà la cerimonia di inaugurazione dell’Anno accademico 2025/2026. Una data che fungerà da spartiacque tracciando gli ultimi mesi di guida dell’attuale rettore e i mesi decisivi, invece, in vista dell’elezione di chi guiderà l’Ateneo dopo di lui. Dopo l’ufficializzazione della candidatura per il tandem Piana–Calderini è ora la volta non solo del programma ma anche dell’apertura di un sito web — l’indirizzo è www.piana-calderini.eu — per mettere in chiaro idee, proposte, progetti. Scorrendo fra le idee, allora: il Senato Accademico viene rivisto come «Camera delle idee». Avrà il compito di formulare proposte di indirizzo strategico per l’Università. Ai prorettori — o alle prorettrici — verranno affidati incarichi inediti. Per fare qualche esempio: c’è chi dovrà dedicarsi interamente al progetto Erzelli; chi sarà il punto di riferimento del rapporto Ateneo/territorio; chi rivestirà un ruolo di riferimento in relazione al sistema sanitario regionale. Ancora: un prorettore (o una prorettrice) lavorerà in modo specifico alle politiche di semplificazione dei processi amministrativi. Un tema, quest’ultimo, che diventa fondamentale tanto quanto la necessità di far crescere il livello medio della ricerca, incentivando la progettazione e costituendo nuovi centri strategici.
«Con Chiara — evidenzia Piana — condividiamo un modello di governo collegiale basato su ascolto, collaborazione e trasparenza. Attraverso un patto con le istituzioni e il sistema produttivo, proponiamo di trasformare Genova in una Città Universitaria e la Liguria in una Regione Universitaria, in cui l’Ateneo sia riconosciuto come risorsa civile, culturale e strategica».
di Silvia Pedemonte
16/12/2025 – GENOVA - IL SECOLO XIX
Nuovo rettore, Piana si candida «Più peso politico all’Università»
Il matematico corre in ticket con Calderini: «Meno tasse e più servizi agli studenti»
La prima notizia sta nell’ufficializzazione non solo della candidatura a rettore, ma anche della sua vicaria: non era successo prima, per l’Università di Genova. Michele Piana, 59 anni, professore di Analisi numerica al dipartimento di Matematica (Dima), già prorettore alla Ricerca e al Trasferimento tecnologico (dieci anni fa, 2015-2018), direttore tecnico del progetto di medicina digitale del ministero della Salute (e, curiosità dal suo curriculum di nove pagine: ha anche il diploma cum laude, in pianoforte al Condervatorio), è il a scendere ufficialmente in campo per diventare il nuovo numero uno dell’Ateneo dopo l’attuale Federico Delfino (che, salvo proroghe, concluderà il mandato nel 2026).
Con Piana viene reso noto anche chi, in caso di vittoria, sarà la sua vicaria: è Chiara Calderini, 50 anni, professoressa di Tecnica delle costruzioni al dipartimento di Ingegneria civile, chimica e ambientale (Dicca). Attualmente Calderini è associata, dal prossimo 2026 sarà ordinaria.
«Siamo convinti che l’Università abbia un ruolo sociale enorme – spiegano insieme – e crediamo non nell’esaltazione dell’eccellenza ma nella forza di migliorare tutti, tutti assieme».
«Stiamo vivendo un momento di transizione quasi drammatica a livello europeo e proprio in periodi storici come questi le università, specie gli Atenei pubblici, possono svolgere un ruolo determinante: essere infrastrutture di tipo culturale e civile, diventare un punto di riferimento per comprendere questi cambiamenti epocali e provare, magari, a indirizzarli verso qualcosa di buono».
«Perché vorremmo avere il tempo necessario per raccontare il nostro progetto alla comunità accademica, alla città, alla regione visto che la nostra Università ha sedi in tutte le province».
Il ticket candidato rettore - candidata vicaria è inedico, per Genova. Così come l'abbinata uomo-donna.
«Non lo è per altre città universitarie, ma per la nostra sì. Fin dall’inizio io e Chiara abbiamo immaginato questo progetto assieme, con una squadra che già numerosa. Non solo è giusto ma sarebbe anche irrealistico pensare, in caso di vittoria, la gestione di un Ateneo come uno solo al comando. Non vogliamo sentire divisioni sui generi: contano le competenze».
«Dal liberare le energie che ci sono all’interno dell’Ateneo: negli ultimi tempi percepiamo una frattura fra le funzioni di ricerca, didattica, trasferimento della conoscenza e i processi amministrativi. Questa divisione va ricomposta, anche velocemente: pensiamo al coinvolgimento, in tutti i progetti, fin dall’inizio, della parte tecnico-amministrativa. E a un prorettore specifico per semplificare tutto il semplificabile. C’è anche un tema non secondario di gestione dei dati. E serve un welfare di Ateneo maggiormente condiviso».
Questo, internamente. Ma che tipo di Università immaginate per gli studenti?
«Prima di tutto, in presenza: si cresce nel dialogo fra studenti e professori, nei pomeriggi di approfondimento in laboratorio guardandosi occhi negli occhi e parlandosi. Crediamo in un’Università in grado di trarre linfa dalla ricerca, di ancorare Genova e la Liguria alla rete di ecosistemi italiani, europei, del Mediterraneo dove i giovani vogliono non solo studiare ma anche portare avanti il proprio progetto di vita. Un’Università che, in tutte le sue sedi, vuole migliorare nei servizi, nelle infrastrutture, negli spazi per gli studenti».
«Sì, con potenzialità straordinarie ed eccellenze come, per la Blue economy, il Centro del Mare dove curriculum disciplinari molto diversi lavorano assieme in modo proficuo».
«In Liguria non si può costruire altro. Crediamo invece in un accordo con proprietari, Comuni, Regione per gli studenti diffusi: perché non affittare le case agli universitari da settembre a giugno lasciando gli appartamenti, nei mesi restanti, per i turisti? Gli universitari sono ottimi affittuari, hanno alle spalle famiglie che fanno sacrifici. Ogni tassello deve essere pensato per fare di Genova non una città con l'Università, ma una città universitaria. E lo stesso discorso vale per gli altri poli. Gli studenti possono essere solo in spazi già esistenti da recuperare con i Comuni, la Regione ed eventuali partner privati».
Genova e la Liguria fanno i conti con l’inverno demografico. Come farà l’Università per mantenere gli attuali numeri che veleggiano, negli anni, fra i 33 e i 35 mila iscritti?
«Nei prossimi anni avremo una diminuzione del 35% dei diciannovenni. Non crediamo che la strada dell’internazionalizzazione sia il percorso principale: puntiamo di più in un progetto anche con le scuole superiori soprattutto per far capire che l’Università non è un punto di passaggio di questi ragazzi ma la pietra dove costruire le fondamenta della propria vita, rimanendo a Genova e in Liguria. Pensiamo a più collaborazioni con le realtà di ricerca ma anche con l’industria, per far decollare gli spin-off».
«Meno facciamo pagare le tasse, meglio è ma, al contempo, è necessario migliorare i servizi. Altrove molte realtà stanno correndo, Genova e la Liguria devono mettersi al passo».
C’è la concorrenza delle università telematiche. E l’annuncio che, dal 2026/2027, a Genova aprirà il primo Ateneo privato.
«In cinque anni, in Italia, il numero degli iscritti alle università telematiche è decuplicato, coinvolgendo tanti giovani. Noi crediamo nell’Università in presenza, fondamentale anche per fare ricerca».
L’occupazione degli studenti pro pal l0avreste gestita diversamente?
«Non vogliamo esprimerci, non sappiamo cosa sia accaduto davvero. È stata comunque una brutta pagina».
Secondo il principio dell’alternanza il prossimo rettore toccherebbe a Medicina, dopo un Ingegnere.
«Io sono laureato in Fisica, insegno Analisi numerica, ho un laboratorio all’interno dell’ospedale San Martino. Difficile, insomma, etichettarmi. E comunque se andiamo a vedere scoprirebbe alla Scuola di Scienze, l’ultimo è stato Enrico Beltrametti, grande professore di Fisica nucleare e compianto rettore per prendere davvero esempio».
di Silvia Pedemonte
09/10/2025 – GENOVA - LA REPUBBLICA
In Ateneo un centro di confronto sinergico al di fuori dai partiti
L’occupazione del Rettorato dell’Università di Genova ha avuto il risultato, se non di rispondere a una domanda di senso in tempi oggettivamente insensati, almeno di porre questa domanda in modo forte e chiaro, anzitutto alla nostra comunità e, in fondo, a tutti i cittadini. Tuttavia, credo che la modalità con cui la rivendicazione studentesca è stata posta, ma anche la reazione, invero assai timida, del governo della nostra Università rivelino per molti aspetti una intrinseca difficoltà a disegnare il modo in cui la principale istituzione culturale della nostra Regione decide di stare nella contemporaneità.
Rimane la questione di merito, che riguarda cosa fare per risalire dal baratro, fatto di massacri incomprensibili, in cui il mondo è precipitato. Su questo non ho una ricetta e, d’altra parte, come potrei averla, visto che si tratta di una questione irrisolta da ottant’anni e che affonda le proprie radici in scenari geopolitici ottocenteschi. Quello che credo è che l’Università sbaglia quando si comporta da partito politico e che la drammaticità degli avvenimenti che stiamo vivendo ha molto a che fare, anche, con le impressionanti insufficienze culturali, psicologiche, persino antropologiche dei tempi che ci sono dati da vivere.
Lasciando allora per un attimo alle corti internazionali le qualificazioni giuridiche di quanto sta accadendo e l’attribuzione delle relative responsabilità individuali e collettive, ho una proposta da fare, che si richiama alla più intima vocazione dell’Università e al passo lento del riformismo. Nel 1819 Johann Wolfgang von Goethe diede alle stampe una delle sue ultime opere, ispirata dal poeta persiano Hafez, cui diede il titolo di “Divano Occidentale-Orientale”.
La parola “divano” è l’adattamento occidentale della parola araba diwan che in origine indicava l’ufficio del registro per gli stipendi dell’esercito e delle pensioni, ufficio arredato unicamente da un lungo sofà imbottito. A questa parola e a questa raccolta di poesie si sono poi ispirati Edward Said e Daniel Barenboim quando hanno fondato la “West-Eastern Divan Orchestra”, ancora oggi l’unica istituzione al mondo capace di offrire un’occasione di collaborazione artistica a giovani israeliani e palestinesi.
Alla parola “divano”, al “Divano Occidentale-Orientale” di Goethe e alla “West-Eastern Divan Orchestra” di Barenboim e Said, propongo di ispirarci, a nostra volta, nella creazione di un Centro Interdipartimentale dell’Università di Genova dedicato a generare un tentativo di convivenza, in Europa e nel Mediterraneo, basato su presupposti altri rispetto a violenza e prevaricazione.
Si tratta di affidare a questo Centro il compito, come ha scritto Albert Camus, di “creare fuori dai partiti e dai governi, una comunità di pensiero che inauguri un dialogo scavalcando le frontiere”. Un Centro che, accogliendo accademici di diverse culture e studenti e ricercatori di Università partner, si proponga come punto di riferimento per seminari, corsi brevi, confronto sinergico di competenze complementari, attività di progettazione sui temi della cooperazione internazionale.
Fino all’obiettivo più ambizioso: quello di formulare proposte formative interdisciplinari, trasversali ai vari corsi di studio, capaci di insegnare ai nostri studenti e a chi voglia ascoltarci, un modo diverso di stare al mondo, basato sul valore supremo della pace, sul rispetto del diritto e dei diritti, su una profonda e laica conoscenza del contesto in cui siamo chiamati a convivere, e sul rifiuto, una volta per tutte, dell’ignoranza e della rinuncia.
Michele Piana
10/09/2025 - GENOVA - IL SECOLO XIX
Gentile Direttore,
scrivo a proposito dell'intervista intitolata "Da Albaro a Londra e Milano inseguendo il mio sogno. Genova? Manca vita notturna", apparsa sull'edizione del 6 settembre del Suo giornale.
Credo che le parole di Beatrice Malan possano indurre a riflessioni di vario tipo, comprese alcune di carattere sociologico. Ma mi limito a due aspetti, uno tecnico e uno culturale. Sul piano tecnico, l'affermazione che l'Università di Genova «non è internazionalmente riconosciuta» è, semplicemente, falsa. Per quanto riguarda l'offerta formativa, il nostro Ateneo eroga almeno 10 corsi di studio intrinsecamente concepiti per essere internazionali e frequentati da studenti provenienti da tutti i continenti (poco più di un mese fa il Suo giornale ha giustamente raccontato il rinnovamento del corso di Laurea in Giurisprudenza, rinnovamento concepito proprio in senso transnazionale). Inoltre, più di 10 sono gli accordi di doppio titolo con atenei europei e internazionali. Per quanto riguarda la ricerca, poi e sempre per esemplificare, i nostri Dipartimenti sono attualmente coinvolti in circa 70 progetti del programma quadro Horizon Europe, tra cui sette grant dell'European Research Council e tre grant dell'European Innovation Council; infine, il nostro programma di dottorato attrae sistematicamente centinaia di giovani ricercatori di tutti i Paesi del mondo (solo per il mio gruppo, ed è davvero una goccia nel mare dei nostri gruppi di ricerca, negli ultimi anni sono transitati giovani finlandesi, pakistani, indiani, cinesi, francesi e iraniani). Sul piano culturale, ricordo che quella di Genova è, a differenza della Bocconi, un'Università statale generalista che, oltre a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile nella formazione e nella ricerca, svolge un altrettanto imprescindibile ruolo sociale. Il nostro Ateneo rappresenta, per vocazione, una risorsa spesso decisiva per quelle giovani e quei giovani che, indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia di provenienza, vedono nel percorso universitario un progetto di vita inclusivo e accessibile anche per chi non è in grado di pagare rette e affitti esorbitanti. Infine, e forse soprattutto, credo sia giunto il momento di spiegare alle giovani e ai giovani, genovesi e non, che l'Università è anzitutto, più di tutto, un luogo del pensiero in cui si prova a formare cittadini colti e consapevoli, capaci di stare nel mondo e comprenderne tutte le dinamiche sociali, incluse quelle proprie delle classi meno privilegiate.
Michele Piana